Deep Purple

A Villafranca

 

L’abitato di Villafranca, importante centro situato nella pianura fra il Mincio e l’Adige, è dominato dalla grandiosa mole del “Castello” scaligero, iniziato nel 1199 dal podestà di Verona, fu distrutto e ricostruito nel corso dei secoli, interamente recintato da alte mura dove al centro spicca una torre principale, detta il “mastio”, è oggi sede di importanti manifestazioni culturali.

Il 18 luglio 2008, il Castello di Villafranca, ha ospitato i Deep Purple, storica band inglese fra le più importanti della storia della musica rock internazionale. I Deep Purple si rivolgono alla sfera emozionale dei fan, ed evocano passione e seduzione, un turbine di musica che punta al cuore tra passato e presente.

Nel 1968, Jon Lord amava il blues e la musica classica, Roger Glover simpatizzava per gli hippy e per il folk, Ritchie Blackmore ascoltava solo rock’n’roll, Ian Paice e Ian Gilan il rock, sembravano musicisti destinati a percorrere strade professionali diverse. Non fu così, a tenerli uniti l’amore per la musica e quando, nel 1970, Jon Lord coinvolse gli altri quattro musicisti ad esibirsi nel tempio della musica classica, al Royal Albert Hall, con la The Royal Philharmonic Orchestra, pur ottenendo un notevole successo, (non era la loro musica), l’istinto li portava verso l’hard rock, senza dimenticare il primo amore e questo valeva sia per Lord che per Ritchie, ed è stato subito feeling. La lunghissima carriera dei Deep Purple iniziò nel 1968 e non è ancora terminata, nel corso degli anni la formazione della band subisce numerose trasformazioni e i singoli musicisti danno vita ad altre formazioni, talvolta non mantenendo lo stesso stile musicale.

D’estate si viaggia molto per motivi musicali e la sera del 18 luglio, i circa cinque mila fan hanno più di un motivo per fermarsi nella bella cittadina veronese che offre una serata di autentico rock duro e forzando un po’ la mano, l’evento è stato inserito nel “Verona Folk”.

Passavano i giorni ma l’attesa sembrava non finire mai, la giornata iniziava con un violento temporale, ma con il passare delle ore, il tempo migliorava, tanto che una bellissima luna attorniata da milioni di stelle, sembravano affacciarsi per godersi lo spettacolo. Già nel pomeriggio lunghe file ai cancelli, il prato si riempiva all’inverosimile e le due tribune risultavano esaurite. Ecco i Deep sul palco, per il loro “Rapture of the deep Tour”, alla soglia dei 40 anni di carriera, con la formazione classica degli ultimi anni: Ian Gilan voce, Roger Glover basso, Ian Paice batteria, Steve Morse chitarra e Don Airey tastiere. Sembrano fondate le voci che la band, terminato il tour europeo, partirà per il “40 years anniversari tour”e i fan si aspettano durante i festeggiamenti, il rientro di Ritchie Blackmore e Jon Lord, per anni colonne portanti dei Deep Purple. Sul palco la Band inizia a costruire il tipico spettacolo, mentre i fan accompagnano Gilan e decretano un autentico trionfo cantando storici brani che contengono una miniera inesauribile di suggestioni, autentiche pietre miliari, che hanno definito uno stile e Gilan ringrazia in dialetto veronese “Grasieeee, Grasieeee Mile” e con l’indice rivolto al pubblico “Fantastic, Fantastic, Thank You”. Il tempo ora sembra passare velocemente, mentre si ascoltano le note di “Strange Kind of Woman”, “Space Truchin” brano spaziale, con Gilan che coinvolge i fan nella ripetuta “Come On, Come On” e Morse che si inginocchia davanti alla batteria, “Highway Star”, “Woman From Tokyo”, coinvolgente brano del 1973, “Perfect Strangers” e straordinaria chiusura con un’incalzante tarantella proposta da Airey per introdurre un leggendario “Black Night”, capolavoro del 1971, un brano molto amato dai fan e qui grande lavoro per il maestro delle luci. Paice è un’autentica macchina da guerra e l’assolo che concede ai fan lo conferma, a Glover gli riesce a far rimbombare il basso nella cassa toracica dei fan, assai vicino al cuore, Morse da sfoggio alle sue abilità straordinarie di chitarrista e le sue note volteggiano al di là della cinta muraria, Airey esalta le tastiere, artisticamente combina più suoni in base all’improvvisazione e a regole definite, come lo è stato per la marcia trionfale dell’Aida, Gilan, gli manca la potenza degli anni ’70, duetta più volte con la chitarra, ed è sempre e comunque “the voice”. Ciascuno evidenzia il potenziale degli altri, il pubblico gratifica con ovazioni da stadio e lunghi applausi.

Non ho dimenticato “Smoke On The Water”, leggendario brano inserito nello storico album “ Machine Hear “, e bella, quanto strana, la storia di questo LP. La Band, fin dal 1970, dopo il successo di “In Rock” e di “ Fireball”, una sorta di fank-rock, era richiestissima negli stadi di tutto il mondo. Alternavano due o tre concerti con intere giornate in sala di incisione, dove registravano soltanto uno o due brani, un lavoro stressante che aveva provocato delle “crepe” nella band. Così decisero, nel 1971, di fermarsi a scrivere un intero album. Era necessario individuare un posto isolato e tranquillo, in pieno inverno, il casinò di Montreux faceva al caso loro, alle spalle dello stabile, l’imponente catena imbiancata delle Alpi svizzere. Il “Casinò” era meta assai conosciuta nell’ambiente musicale e forse per pura coincidenza o per la giusta programmazione, arrivarono nello stesso giorno del concerto di Frank Zappa. Vi parteciparono, ma non tutto filò liscio e per un’imprudenza di uno spettatore, lo stabile andò distrutto dal fuoco. La band trovò sistemazione nelle vicinanze in un albergo chiuso al pubblico, nei giorni seguenti iniziarono le prove e per le proteste dei vicini, decisero di abbassare il volume della musica, non della loro creatività e tre settimane dopo esce l’album “ Machine Hear”. Una finezza e buon gusto “Highway Star”, dove le tastiere di Lord trasformano alcune liriche di Back in un accattivante rock, condito dagli assolo di Gilan, dalla suntuosa chitarra di Blackmore, mentre Paice e Glover impongono il ritmo. Pensavano ad una melodia più semplice ed immediata, è “ Smoke On The Water”, un classico del rock, Ritchie trascina ed esalta il suono della chitarra con le poche note a disposizione per l’accordo, Gilan da sfogo alla voce, l’organo di Jon contribuisce a creare l’effetto. Il brano era terminato, mancava il titolo e pensando ai fatti avvenuti in quei giorni, prese il nome di “Fumo sull’acqua”. L’album contiene sette meravigliosi brani, in genere proposti durante i concerti. Nel 1972 la band inizia un nuovo tour mondiale e nei concerti giapponesi di Tokyo e Osaka, registra interamente dal vivo il celebre doppio LP “Made in Japan”, il live da sempre un punto di forza della band che trasmette grande energia, disco d’oro e di platino degli Stati Uniti, considerato uno dei capolavori rock di ogni tempo, immancabile nella raccolta dei fan, esplode la “Deep Purple mania”.

Dopo una quindicina di brani, cala il sipario sul concerto, il pubblico canticchiando, lentamente lascia il “Castello”, certi di aver assistito ad un'impressionante esibizione e se “ la musica è vita”, lunga vita ai Deep Purple.

 

Daniele Raimondi