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THE BURNING HELL (Canada)+ COMPLESSO ARCHITETTONICO.: Evento indie - rock - Club Il Giardino, Lugagnano di Sona (Verona)

THE BURNING HELL (Canada)+ COMPLESSO ARCHITETTONICO.: Evento indie - rock il 03 Ottobre 2017

THE BURNING HELL (Canada)+ COMPLESSO ARCHITETTONICO.

Evento indie - rock

Biografia molto lunga però fortunatamente in italiano che vi farò capire il pianeta The Burning Hell.

The Burning Hell
Volendo etichettare l’eclettico Mathias Kom – ideatore, frontman e talora anche unico componente dei Burning Hell – con solo un paio di parole lapidarie, queste non potrebbero che corrispondere alle due sfrenate passioni che ne hanno guidato i passi nell’arte e nella vita. L'“ukulele”, innanzitutto, che Kom ha comprato per una manciata di dollari in un negozietto, diventandone presto schiavo anche perché, ha sempre rimarcato lui, si tratta dell’unico strumento che “ti fa sorridere quando lo suoni”. Una prima associazione mentale con le calde note che si sprigionano da questa chitarra in miniatura potrebbe far pensare a una festa al tramonto su una bianca spiaggia hawaiana, con tanto di danzatrici di Hula adorne di corone di fiori. Niente di più lontano dal vero, in questo caso. La sua creatura musicale è infatti una band folk canadese di rara eccentricità nata a Peterborough, in Ontario, ma migrata poi nella più aspra isola di Terranova, in quella St. John’s nota più che altro per l’esperimento di trasmissione delle onde radio curato dal nostro Guglielmo Marconi più di un secolo fa. Curioso e prezioso, questo riferimento al passato, si presta a servirci comodissimo l’assist per la seconda parola chiave, che è “storia”. La Storia con la esse maiuscola, quella che Mathias ha studiato e insegnato per un paio di anni nella locale Trent University, quella sempre amata visceralmente, che ne ha sviluppato le buoni doti di critico e analista ma anche l’acume nel convogliare tutta la negatività assorbita dentro canzoni dal piglio celebrativo, esorcizzandola. Ma il termine “storia” parla anche di invenzioni fantasiose, di maestria nell’affabulare, ed è con questo tassello fondamentale che il nostro ritratto si completa. L’agorafobico Mathias Kom, scettico per sopravvivenza ma anche uomo di fede, quel tizio “introverso, timido e socialmente impacciato, che qualche volta si ubriaca e diventa loquace”, è infatti, soprattutto, un superbo giocoliere delle parole prestate alla musica, un autore di canzoni perfette per raccontare appunto delle buone storie, manipolando il linguaggio “in modo giocoso o comunque interessante”.

My name is Mathias

220x270_1Nel nome, rubato a un opuscolo sulla Bibbia e adottato a mo’ di beffarda intestazione, si può cogliere l’enfatica dichiarazione d’intenti di un progetto che nasce quasi per caso, quando Mathias si stufa dei bislacchi e sterili esperimenti in solitaria (da cui sono scaturite quattro raccolte autoprodotte e oggi, di fatto, introvabili) e punta a dare una conformazione più robusta e partecipata alle proprie esternazioni musicali. L’idea di partenza è quella di canzonare la perversione e il fanatismo religiosi tipici della cristianità evangelica, quella teatralità ossessiva fondata coercitivamente sulla paura, con i temi del tormento e della redenzione eletti a immarcescibili cavalli di battaglia. Quello che prende forma così, in maniera informale e del tutto amichevole, è un anomalo gruppo folk che suona “canzoni allegre con testi che parlano di morte”, vero chiodo fisso di Kom nei primi tempi, specie per la ridente disperazione che traspare dalle liriche. Il passo importante si concretizza nel 2006, quando la piccola Weewerk licenzia il disco di debutto dei Burning Hell, Tick Tock. Il primo nucleo di accompagnatori comprende Jill Staveley – a casa della quale l’album viene registrato – Mike Duguay, Charlie Glasspool, Rob McGuinness, J.P. Contois, Ian Osborn e Johnny Chartrand, sebbene solo i primi due parteciperanno anche in lavori successivi (fino a Baby compreso).

La confezione è ancora tutto sommato povera ma sono già diverse le idee spendibili, a partire dall’infervorato numero che apre i giochi e che sarà destinato a imporsi molto presto tra i cult nel catalogo della compagine canadese, onorato negli anni da più di un sequel. “I Love The Things That People Make” è in effetti un titolo emblematico, perché fissa con la necessaria eloquenza uno stampo stilistico, quel registro folk-rock espressionista (e dal vago retrogusto balcanico), ampiamente sopra le righe ma con una certa classe, su cui la bizzarra combriccola edificherà le sue (pur limitate) fortune. In questa sua prima uscita di un certo spessore, Mathias si diverte a giocare con i classici, e i riferimenti non possono che essere di alto livello. “Dance Dance Dance” replica il Bill Callahan elettrico e ruspante di “Woke On A Whaleheart”, “Working On You” quello più tradizionalista (scortato dagli archi senza pacchianeria e, anzi, con gusto) ed entrambe dimostrano di indossare con buona personalità il suo identico, favoloso baritono, quasi si trattasse di gustose outtake dai suoi dischi recenti con o senza il moniker Smog. Il risultato è fortemente caratterizzato ma scorrevole, derivativo pur con il giusto piglio, e contribuisce a far sì che questo primo passo discografico non lasci indifferenti.
Un altro dei brani poi recuperati è la ballad dolceamara “Municipal Monarchs”, evidentemente ispirata da un Nick Cave imitato nella posa fatalista quasi con devozione. Altro pezzo forte del repertorio, “It Happens In Florida” verrà declinata negli anni a venire in tante forme diverse (le sarà perfino dedicato un Ep di variazioni sul tema, alla maniera degli Yo La Tengo di “Nuclear War”). Nell’economia di Tick Tock rimane esemplare di come il Kom al varo della sua creatura sia meno gigionismo a ruota libera e più un attento falsario di ipotesi espressive intriganti (qui ancora Re Inkiostro), con felice modulazione epica e una valida mitologia tascabile da piegare ai propri capricci di sceneggiatore e favolista. Non manca una miserabile (e sublime) dissertazione pianistica degna dell’Howe Gelb più stralunato. Difficile stabilire una volta per tutte quanto Mathias ci faccia – e giochi di mimesi con indubbia maestria – e quanto, piuttosto, ci sia a tutti gli effetti. L’esito, ad ogni buon conto, è credibile e piacevolissimo.

220x270_2Le canzoni si lasciano ricordare. Sono semplici ma già molto ben scritte e adornate con ricchezza d’arrangiamenti, senza che nulla sia davvero di troppo. Tra i passaggi più curiosi va segnalato il duetto impastato (e dai riflessi allentati) di “All The Stars And Parking Lots”, in cui la poesia del marginale del giovane autore ha modo di emergere contagiosa, pur in un’intonazione pigra e indolente.
Il rock sovraccarico dei Burning Hell è tenero e scontroso a un tempo, una dondolante schiacciasassi assemblata in maniera artigianale ma anche una formidabile collezione di sgangherati singalong tipo “Bretton Woods” o “Shangri-La”. Le resistenze dei meno cinici si abbassano già dopo un paio di giri sul lettore e l’introduzione al variopinto universo di Kom funziona inesorabile, la simpatia si accende in un amen, a pelle.
Sono molte le affinità stilistiche, corali e nell’approccio alla canzone con un altro ensemble canadese guidato da una forte personalità artistica e infarcito di musicisti e sonorità di ogni fatta, i Woodpigeon di Mark Hamilton. Come nel caso di “Songbook”, anche l’atto primo dell’avventura Burning Hell rivela un talento non comune e incontenibile che sa di predestinazione.

Il bozzettismo, che nelle successive produzioni del Nostro prenderà il sopravvento, emerge qui soltanto occasionalmente, nella deliziosa miniatura bandistica di “Little Seagull”, ad esempio, o nella non meno paradigmatica (anche per l’ossessione del trapasso) “Last Will And Testament”, dove fanno capolino lo strumento feticcio e i fiati turgidi, comparse sonore che si ritaglieranno presto la parte del leone. Ancora non sembra avere troppo senso l’etichetta dark-cabaret che in seguito sarà appioppata spesso alla formazione di Peterborough, per quanto alcuni episodi parrebbero suggerire comunque la fascinazione del cantante per le ombre, la già citata “Shangri-La” in testa.
Anche l’ukulele è ancora solo un modesto comprimario. Che diventa però assoluto protagonista in scena nella chiusa di “99 Months”, una delicata ninnananna che vale come promessa per il futuro imminente e conferma la caratura squisitamente eclettica del cantastorie, incantato più che rassegnato dallo scorrere impietoso delle lancette (e dal loro ticchettare).

220x270_3A proposito del tempo che corre, non trascorrono due anni e per i Burning Hell è già l’ora del sophomore. In formazione si registra qualche assestamento nelle retrovie e tra i nomi dei nuovi collaboratori spicca quello dell’attuale bassista Nick Ferrio (gli altri titolari di oggi, Ariel Sharratt, Darren "Boobie" Browne e Jake Nicoll, si aggregheranno invece solo nel 2011). Difficile da credere con un così valido debutto alle spalle, ma Happy Birthday vale come conferma e come passo avanti, sublime risultato della combinazione dei testi acuti partoriti dalla mente di Kom e delle variegate sonorità della ditta, tendenzialmente oscillanti tra due estremi: da un lato un songwriting languido, talora luminoso e sognante (la riciclata “Municipal Monarchs”), più spesso rabbuiato o velato di tristezza (“Happy Birthday To The End Of The World”, “Remote Control”); dall’altro un travolgente noir folk-rock (“Grave Situation Pt. 1”), che assume di frequente sfumature cabarettistiche (“Grave Situation Pt. 2”, “The Second Cigarette”) per poi giocare con un country spolverato di bluegrass (“General Electric vs The Imperial Moth”). Una caratteristica che salta subito all’orecchio ancor più che nell’esordio (lavoro pragmatico, tutto sommato) è la vivace alternanza tra “serio” e “faceto”, evidente già a partire dagli arrangiamenti, dove alla struggente grevità del violoncello (“Dinosaurs”, “Happy Birthday To The End Of The World”) e alla compostezza dell’accordion (“Everything You Believe Is A Lie”) fanno eco la colorita baldanza della tromba (“Grave Situation Pt. 2”) e le ammiccanti lusinghe del banjo (“General Electric Vs The Imperial Moth”). Ancora una volta nella coralità d’insieme l’ukulele di Kom sembra quasi perdersi, per riaffiorare nei momenti in cui la marea strumentale si dirada (“Dinosaurs”, “Goodbye Ukulele”).

La voce di Mathias ha la profondità oceanica di Micah P. Hinson, la plasticità teatrale di Stan Ridgway e nuvole della cupa malinconia di Ilya Monosov. In più occasioni il cantastorie è accompagnato da un cantato femminile: che si tratti della voce limpida di Mary Jane McCallum (“I Guess I’ll Be Seeing You”), di quella conturbante dell’amica Jill Staveley (“Everything You Believe Is A Lie”) o di quella appena ruvida di Jenny Mitchell (“Municipal Monarchs”), l’effetto complessivo è in ogni caso un piacevolissimo contrasto, che se con quest’ultima riporta alla mente il duetto Dawson-Green e con Jill Staveley ricorda le atmosfere bucoliche tratteggiate dai coniugi Peris, nel caso di Mary Jane McCallum sembra quasi catapultare l’ascoltatore indietro di trent’anni, magari in un grottesco remake di “Grease”.
La ciliegina sulla torta (di compleanno) è offerta dai testi, caratterizzati da una ironia pungente come nello scambio di battute di “Everything You Believe Is A Lie” (“We’ll never get married/ I’m dating your sister”) o come nella dedica ai “dinosauri” del rock da bar (“Here’s to all the dinosaurs that play guitar in dingy bars and hotels/ You never made the cover of the Rolling Stone but you cover Rolling Stones songs very well”). A tratti questa stessa ironia evolve, raggiungendo picchi di lucido sarcasmo, meravigliosamente esemplificato dall’intero testo di “Happy Birthday To The End Of The World”. La penna di Mathias si sofferma irriverente su qualsiasi argomento, dalla battaglia tra natura e progresso a quella tra ateismo e religione, dalle problematiche sociali alla musica, dall’amore alla morte. Quest’ultima, in particolare, rappresenta al solito un tema piuttosto ricorrente, che tinge di nero i brani raggiungendo il suo apice in “Grave Situation”, una sorta di rivisitazione in due tempi del burton-iano “Corpse Bride”, dove tradimento, amore e morte si avviluppano in un melodrammatico abbraccio.
L'album si conclude con “Goodbye Ukulele”, una delicata ninna nanna sulle cui note i diversi strumenti vengono gentilmente congedati uno dopo l'altro da Mathias, che si lascia quindi cullare dal solo picking dell’ukulele. Giudicandola dal titolo (e dal testo), la chiusa parrebbe una canzone di addio, ma non ci si lasci trarre in inganno: l’atmosfera complessiva del brano indica in modo piuttosto inequivocabile che si tratta in fondo della (ennesima!) professione di un quotidiano affetto, o ancora meglio di una amorevole canzone della buonanotte. E allora, nell’attesa che il buio stellato si riaccenda al tepore mattutino e che la magia di Happy Birthday possa nuovamente ripetersi al risveglio, non possiamo fare altro che unirci alla voce di Mathias, sussurrando insieme a lui: goodbye, ukulele, goodbye.

Questa vita incantata

220x270_4In questa fase di estrema creatività, i Burning Hell non sembrano avere proprio l’intenzione di lasciare i propri affezionati ascoltatori in attesa. E’ il marzo del 2009 quando arriva nei negozi il terzo capitolo della loro avventura, Baby, sempre per Weewerk e sempre con una copertina curata da Gabe Foreman (che realizzerà anche tutte le successive). Se Mathias Kom durante le registrazioni si fosse rivolto ai sodali del suo progetto dark-cabaret-folk intonando il celeberrimo grido di battaglia del Russel Crowe de “Il Gladiatore”, si sarebbe calato in un ruolo assolutamente credibile: a nemmeno un anno di distanza dal predecessore, infatti, il travolgente folk a tinte scure della compagine dell’Ontario ritorna in una veste più energica e impetuosa, grazie soprattutto a una imponente sezione ritmica, che irrompe festosa nei brani come a voler prendere parte al “lieto evento”. Che quest’ultimo poi si riferisca alla pubblicazione di nuovo album, alla quotidiana rinascita dell’uomo o alla nascita di un cucciolo in carne e ossa poco importa, e in fondo, del resto, una cosa non esclude necessariamente le altre.
L’ultimo nato in casa Kom si diverte a gattonare in mezzo ai generi più disparati, dal rocambolesco folk-rock di “The Things That People Make, Part 2” al Bregovic-iano folk balcanico della strumentale “Mosquito”, passando tra i teatrini da cabaret di “The Berlin Conference” o tra le fragili porcellane da minuetto noir di “Grave Situation, Part 3”.
Ma non tutto l’album si mantiene su toni sostenuti: se è vero, come sostiene lo stesso Mathias, che “every good album needs a slow song or two”, il cantautore canadese assolve più che egregiamente al suo compito, confezionando con “Everybody Needs A Body (To Be Somebody)” una struggente ballata folk, dove il suo baritono cupo e profondo si distende morbidamente su un malinconico tappeto di batteria e armonica.

La nuova creatura dei Burning Hell ha in sé la candida curiosità dell’età infantile e la sarcastica presa di coscienza della maturità, che si fondono in un amaro disincanto. Non a caso il disco si apre e si chiude con il pianto di un bambino, simbolo della gioia e della drammaticità che accompagnano indissolubilmente ogni (ri)nascita. E’ piuttosto significativo, a questo proposito, il testo di “Old World”, che esprime con il sorriso sulle labbra la tragica disillusione dell’età adulta contrapposta all’ingenuità della giovinezza (traslate all’infanzia e alla vita uterina, rispettivamente), ergendosi così a canzone-stendardo dell’intero album.
Ancora una volta, come già in Happy Birthday, Kom si rivela un songwriter più che brillante, coniugando nei suoi testi una spiccata tendenza all’(auto)ironia a una fluente dimestichezza linguistica, una fervida inventiva a una disinvolta abilità scrittoria. Nei racconti di Baby, come in quelli più datati in catalogo, la vita danza con la morte in una tragicomica rappresentazione teatrale, intrecciando storie d’amore (“And now all three men and lady have made the trip to Hades/ Their love burns the hottest fires to ash and sends the demons panicking!”) con bozzetti naturalistici (“The baby ant starts as a gleam in the daddy ant eyes/ And all the ants they are going to die”), previsioni apocalittiche (“When the world ends, will it end with a bang? Will the sky turn black? Will we have some time to pack?”) con improbabili amarcord fetali (“And from the uterus I planned out the world I would create/ I’d ride a scooter or a bus and I would go on dates”).

220x270_5L’album si conclude con la moldypeach-iana “Everything Will Probably Be Ok”, che vede Mathias Kom duettare con Jenny “Omnichord” Mitchell, come già accadeva in nei lavori precedenti con “Municipal Monarchs”, ma i sognanti rintocchi del glockenspiel lasciano qui la scena a un asciutto picking degno della miglior tradizione anti-folk. Il cantastorie dà sfogo a tutta l’autoironia che ha nelle corde, mettendo in discussione tanto la sua musica quanto il suo modo di porsi di fronte alla vita, e nell’andirivieni di botta e risposta con Jennie (che in questo frangente fa un po’ l’avvocato del diavolo… e mai definizione fu più calzante!) il frontman si avventura in uno dei testi più divertenti della sua intera produzione. Tra i coriandoli e le stelle filanti di questo conclusivo scambio di battute, Mathias trova anche lo spazio per congedare il suo pubblico: “The album’s almost done/ But we had lots of fun”, dice quasi sommerso da un tripudio di Hammond e fiati. Del resto, in un mondo dove tutto è tristezza e desolazione, l’unica vera arma per sopravvivere è non prendersi troppo sul serio.

Registrato nella primavera del 2009 dopo un inverno di isolamento (“stile The Shining, ma senza sangue”) nello Yukon, This Charmed Life è l’anomalo capitolo quarto dell’avventura musicale di Mathias Kom, il suo disco in assoluto meno partecipato sotto l’intestazione Burning Hell. In punta di piedi. Il ritorno del canadese avviene così, a sorpresa e un po' in sordina, con una manciata di brani disponibili in formato digitale in rete e su vinile in edizione limitata, venduta solo durante i concerti. Troppo lungo per farne un Ep, troppo breve per un full-length. E allora di cosa si tratta? Il leader della band di stanza a Peterborough alza le spalle e lascia la decisione agli ascoltatori: alla fine quel che conta per lui è il piacere di fare musica divertendosi e la possibilità di condividerla con la gente. L'ultimo lavoro di Kom si spoglia della componente carnevalesca dei precedenti album e prendendo in buona parte le distanze dal diretto predecessore, Baby, ci trasporta in una dimensione più intimista e cantautorale, mettendo in maggior risalto quella noire mélancolie che da sempre contraddistingue la produzione dei Burning Hell e che trovava la sua miglior espressione nei brani di Happy Birthday.
La mestizia di un ukulele impeccabilmente cristallino, la dolcezza del violoncello, la profondità e il calore della voce di Mathias: questi gli ingredienti essenziali della nuova raccolta, cui si aggiungono accenni orchestrali e rumorismi vari, distribuiti sui brani in modo sapiente e misurato. Si susseguono così delicatezze acustiche contraddistinte da tornite sfumature e sottili cambi di registro, che ruotano dal giocoso folk-rock di "The Things That People Make, Part 3", presentata in una "West Coast Version" leggera e molto più convincente di quella edita in precedenza, al formato-ballata della splendida "Earthquake & Volcano", illuminata dal candore di ukulele e violoncello, passando per un folk primaverile talora arricchito dalle astuzie elettroniche di Walter Bloodway e spesso ombreggiato dal greve violoncello di Darcy McCord ("Last Winter", "Don't Let Your Guard Down", "Northern Life"), i soli ospiti di Mathias in questa occasione.

220x270_6I temi portanti del Lp sono ancora una volta la vita e la morte, sempre affrontate con la pungente ironia e il sottile sarcasmo che rappresentano ormai il trait d'union della musica a firma Burning Hell.
L'album si apre con un necrologio, "Robert's Bad End", ma dalle prime parole che Kom pronuncia è da subito palese l'approccio tragicomico del songwriter di Peterborough: "Robert, you were such an idiot, but nobody blames you for it/ You saw neither the forest nor the trees, even when you worked as a logger". I brani in questa collezione nascono per la maggior parte durante un'ondata di freddo nel dicembre 2008 e raccontano di quel rigido gelo invernale, con televisioni paralizzate e una grandine di uccellini congelati, della danza di terra e fuoco all'origine (e alla fine?) del mondo, di una curiosa confessione dell'anima di Giulio Cesare in una seduta spiritica, dell'abbandono della vita peruviana con le sue situazioni ricorrenti e le sue facce sempre uguali.
Le storie di Kom vengono scandite da tre brevi intermezzi strumentali di grande intensità, scritti durante un viaggio in corriera da Whitehorse, capitale del territorio cui peraltro è dedicato l’album. "The Things That People Make, Part 3 (West Coast Version)", l'ultima canzone di This Charmed Life (se si esclude la conclusiva strumentale), è un'affettuosa dedica alla vita e alla gente, e il cupo sarcasmo della penna di Kom sembra lasciare il posto alle genuine parole del suo cuore, rivelando una verità che, in fondo, è alla base di tutta la musica del suo gruppo: nonostante le sue brutture e i suoi limiti, "questa vita incantata è incantevole" e vale sempre la pena di essere vissuta.

Passano sette mesi e i Burning Hell sono di nuovo in pista. L’occasione è offerta da una raccolta di demo e rarità assortite, The Ones That Got Away: Volume One, che esce sempre nel 2010. Tra un live scandinavo e un paio di riletture in confezione povera, emerge una dimensione più domestica e felicemente approssimativa della musica di Kom, assorto nell’opener “Tired Of Playing Music” in una posa confidenziale, con il solo sostegno della consueta orchestrazione (per una volta alquanto disciplinata) e della sua proverbiale e galoppante ironia.
Tra gli episodi più interessanti, la ballata bluegrass dimessa e amarognola di “You Can Never Escape Your History”, eloquente nell’illustrare una volta di più il punto di vista sulla vita dell’autore canadese, lo spigliato voce e banjo di “Never Burn The Canadian Flag” (con coloriture gospel appena accennate) e il soliloquio programmatico che chiude i giochi, “Solo Only”, una riflessione grazie alla quale Mathias esorcizza il bisogno di lanciarsi in una carriera solista, ribadendo l’amore per la condivisione e la collaborazione che arricchiscono sempre.
Se l’elegante camerismo di “Intermezzo” sembra fare il verso ai primi Rachel’s e “Bad Weather” gonfia il petto alla maniera dei Pearl Jam, “Animal City” non si nasconde come omaggio sincero ai Kinks. Ne esce quindi un’operina simpatica che può fare la gioia dei fanatici completisti ma non aggiunge nulla di sostanziale a quanto già detto nei lavori migliori.

Una banda tutta nuova, una banda da record

220x270_7A cinque anni dal varo ufficiale, la creatura di Mathias Kom ha già fatto un sacco di strada. Non c’è stanchezza, però, e il prolifico cantastorie nordamericano ha già da parte canzoni sufficienti alla pubblicazione di un nuovo disco.
Flux Capacitor, questo il titolo, vede la luce nel maggio del 2011 e ha il netto sapore del consuntivo. Prima o poi, nel corso dell'esistenza, capita a tutti di trovarsi a fare una serie di considerazioni sulla caducità della vita. Riflessioni del genere spesso si affollano nella mente quando ci si trova davanti a una torta, un po' perplessi ma necessariamente sorridenti (per via della consueta foto-ricordo), in attesa di cancellare con un soffio il brillio di quella malefica candelina in più. Ma quando si tratta del compimento dei 33 anni del Nostro, ciò assume una connotazione del tutto particolare, e nei pensieri che popolano la mente del songwriter canadese in quel giorno così speciale (gli anni di Cristo...), la tragedia della vita si ritrova a danzare a braccetto con la commedia della morte, come da consueto copione a firma Burning Hell (questo link rimanda al brano esclusivo in download gratuito che Kom ha preparato per OndaDrops, ndr). E visto che "la mortalità è una lagna enorme", come Kom stesso scrive sul suo blog, perché non servirsi del "flusso canalizzatore" inventato dal Dottor Emmett Brown di “Ritorno al futuro” per movimentare un po' le cose?

Il viaggio nel tempo di Mathias e compagni assume i connotati di un amarcord che vaga tra le memorie recenti e passate del cantautore stesso, raccogliendo in ogni canzone una piccola testimonianza autobiografica. In tal senso l’album rappresenta senz'altro il lavoro più personale dell'ukuleleista a capo della compagine, per l’occasione rinnovatasi profondamente (con l’ingresso in squadra della futura compagna Ariel Sharratt, del chitarrista Darren Browne e del batterista Jake Nicoll) e trasferita dall’Ontario a St. John’s, Labrador e Terranova. Questo si riflette non solo nei testi (doveroso citare il brillante biglietto da visita di Kom, in apertura dell'album: "My name is Mathias and I came to say this/ I've got a big bushy beard and kissable lips/ And I carry all my fat in my ass and my hips/ The rest of me is skinny as a stick"), ma anche in soluzioni strumentali e melodiche che sembrano trasportare l'ascoltatore direttamente in quei tardi eighties in cui "era fantastico avere dieci anni".
Principali artefici di questa traslazione spazio-temporale sono i fiati, che incorniciano con le loro note satinate i brani più ballabili come "Nostalgia", "Bedtime Stories", "Let Things Slip Away", richiamando le atmosfere upbeat predominanti nel quarto lavoro della band, Baby. Kom non si fa mancare davvero nulla, neppure un tocco di stravaganza nella balcaneggiante "Pirates". Ma in questo disco viene dato ampio sfogo anche al lato più "romantico" della sua musica, a quella dolce malinconia che ha da sempre caratterizzato buona parte della sua produzione, dal tenebroso Happy Birthday al più intimista This Charmed Life, e che forse trova qui la sua espressione più matura: i brani acustici di Flux Capacitor sono modellati in prevalenza su un picking gentile ("Like An Anvil", "Report Card", "One Works Day, One Works Night"), impreziosito talora da sospiri di violino, afflati di singing saw e fremiti di clarinetto ("Kings Of The Animal Kingdom", "Early Bird"), e anche i fiati finiscono per inchinarsi davanti a tanta grazia quando Katie Baggs accompagna con la sua voce Mathias nella sognante "One Works Day, One Works Night", cover di un brano dei Construction & Destruction.

220x270_8Rimarcare per l'ennesima volta le straordinarie doti autorali di Kom potrebbe apparire a un certo punto eccessivo, quasi ridondante, tanto più tenendo conto di quanto l'aggettivo "straordinario" sia abusato al giorno d'oggi. Ma prendendo in considerazione i testi ideati da questo minuto songwriter canadese, ribadire il concetto in questa sede si traduce quasi in un atto dovuto. Nello sviluppo dell’album, Mathias passa in rassegna con grande sagacia gli argomenti più disparati, dai film cult degli anni Ottanta alle favole della buonanotte, dal rispetto per gli animali alle difficoltà della vita di coppia, filtrando i racconti per mezzo della consueta e ormai consumata ironia.
Non si ferma a questo, tuttavia, dando prova tanto di una spiccata creatività nell'elaborare le sue storie, sempre piuttosto originali, nonché di una raffinata maestria nel giocare con le parole o nel costruire ambientazioni ogni volta stimolanti, anche a livello interpretativo. Ne sia d'esempio la splendida "Like An Anvil", dove Kom si sofferma sulla scena di "Ritorno al futuro" in cui al ballo della scuola Marty (l'indimenticabile protagonista del film interpretato da Michael J. Fox, ndr) tenta di suonare la chitarra con la band sul palco per far sì che, in pista, quelli che saranno i suoi futuri genitori si bacino e si innamorino: prendendo a pretesto questo frammento di pellicola Kom racconta le insicurezze di un momento difficile qual è l'adolescenza.

Sulle note metalliche della reprise di "Stroke Of Genius" (altro brano dal testo notevole: "I suffered from a stroke of genius/ I woke to find my stupid side paralyzed") si conclude questo viaggio nel tempo a bordo della DeLorean dei Burning Hell. Una volta scesi, voltandosi a guardare la scintillante carrozzeria della macchina del tempo di Kom e soci, pare quasi di assaporare quello stesso senso di nostalgia descritto da Mathias nel secondo brano dell'album: "In retrospect it all seems spectacular/ and I'd love to go back but I broke my flux capacitor". Con il flusso canalizzatore rotto, sembrerebbe impossibile tornare a rivivere quella stessa esperienza, catapultati indietro nel tempo. Ma la musica travalica qualunque tipo di barriera e supera ogni ostacolo, e per fare un altro viaggio all’ascoltatore non occorre che premere di nuovo il tasto "play" sul lettore.

Il 2012 è per la combriccola canadese un anno cruciale per l’assestamento dell’organico ma anche per il rodaggio di una formazione che dal vivo sembra dare, se possibile, il meglio di sé, con spettacoli sempre molto diversi ma anche coinvolgenti come pochi: intimi, pirotecnici, esilaranti. Il vero trionfo, in tal senso, si compie tra il sei e il sette di luglio, quando la band mette a referto un record quantomeno bizzarro: suona dieci concerti della durata minima di mezz'ora in dieci nazioni europee diverse – dalla Germania all’Italia, con chiusura nel castello medievale di Šmartno, Slovenia – in appena ventiquattro ore. L’impresa riesce e, pur non venendo ufficializzata dal Guinness World of Records per futili motivi (l’assenza di spostamenti in aereo), si rivela un ottimo viatico pubblicitario per un gruppo di nicchia e assai poco visibile come i Burning Hell.

220x270_9Per una nuova puntata discografica non occorre attendere che qualche mese. Nel febbraio del 2013 esce infatti per Headless Owl, piccola etichetta di cui Mathias è tra i proprietari, l’Ep Old, New, Borrowed, Blue. A introdurlo un mash-up tra la rivisitazione corale (goliardica, ovviamente) del superclassico di Phil Collins, “In The Air Tonight”, e l’equivalente di casa, “I Love the Things That People Make”, riattizzata in una variante rigogliosa dal gruppo canadese nella sua nuova incarnazione. Non si tratta dell’unica rilettura altrui, né del solo recupero dal proprio passato: se “Barcade Song” è una cover grandaddiana del songwriter berlinese Heiko Gabriel, meglio noto sotto il moniker Horror Me, dall’esordio viene rispolverata anche “Dance Dance Dance”, per l’occasione irrobustita nel sound nello studio di Ramin Bijan e Norman Nitzsche, a Berlino. Completano il quadro una sghemba ma fascinosa miniatura dalle (allegre) suggestioni caraibiche (“Schoolyard Scrappers”) e una sorta di teaser dall’imminente nuova fatica su lunga distanza, in un allestimento schietto e non ancora full optional (“Realists”).
In definitiva un discreto antipasto, che non rende l’idea, tuttavia, del gioiello che i Burning Hell stanno per regalare ai loro affezionati estimatori. L’appuntamento è fissato un paio di mesi più tardi e promette di rivelarsi la più compiuta investigazione sulla fauna metropolitana che il Nostro abbia mai compiuto.

Lo sa bene Mathias Kom quanto sia sfaccettata la realtà umana, avendola esplorata in lungo e in largo armato solo di pungente ironia (e dell’inseparabile ukulele) nel corso della sua breve ma già significativa carriera di anomalo one-man band: dai signorotti locali di Tick Tock, ai dinosauri delle esibizioni da bar in Happy Birthday, dai ballerini e i romanzieri di Baby ai filibustieri di Flux Capacitor, sino ai bulli della scuola nel recente Ep. Incuriosito e affascinato dalla sorprendente ricchezza di un’umanità squinternata ma sempre avvincente, quasi quanto il Woody Guthrie “fotografo senza macchina fotografica” di “Bound For Glory”, il talentuoso autore canadese alla guida dei Burning Hell scrive e confeziona un piccolo album davvero superlativo, intitolato People non a caso, assemblando nove ritratti teneri e insieme feroci in un affresco che conserva vividi i tratti peculiari della sua arte effervescente, ma senza precludersi più elevate aspirazioni. Dai rampanti capitani d’industria e avventurieri ai viaggiatori annoiati, dai sognatori destinati a far sempre da tappezzeria ai rapper amatoriali, con il loro senso di onnipotenza pari a quello dei maestri del culto: tra le pieghe di People, Kom si diverte a raccogliere e mettere alla berlina manie e tic contemporanei quasi fosse un bizzarro entomologo innamorato del nostro declino. A rendere più amare le sue perlustrazioni, il fatto di includere se stesso senza alcuna scappatoia tra coloro che son sospesi in attesa di dannazione, per aver tradito a giochi fatti gli adulti che sognavano di diventare quando nulla era ancora compromesso.

220x270_10Musicalmente il disco rappresenta un ulteriore passo avanti rispetto a quanto di buono già proposto negli ultimi lavori dal collettivo canadese, con una certosina cura del dettaglio e preziose coloriture (spesso appaltate al clarinetto di Ariel Sharratt) che pure non tracimano mai nel macchiettismo bandistico. Buona parte del merito spetta al sound, robusto ma non ridondante (azzarderemmo anche il fatidico “finalmente maturo”), frutto degli esperti Norman Nitzsche e Ramin Bijan, che hanno registrato le nove tracce assieme a quelle del Ep, gemellino eterozigote, nel loro studio berlinese. Il riferimento quasi obbligato, questa volta, sembra essere l’Elvis Perkins animato della combriccola “In Dearland” (il western crepuscolare della conclusiva “Industrialists” ma soprattutto “Holydaymakers”, con la sua bella coda chitarristica che coniuga visceralità e misura senza scadere nello sterile virtuosismo di maniera), per quanto sin dalle battute iniziali ci si imbatta in un roots-rock pulito e fragrante à-la Counting Crows, con la voce di Kom che ricorda da vicino quella guizzante e furbetta di Mike Doughty. Proprio i Soul Coughing più sofisticati (e meno arditi sperimentatori) sono oggetto di felici reminescenze in “Sentimentalists”, l’episodio più rilassato ma pur sempre ponderatissimo, mentre nei sinuosi corridoi strumentali della successiva “Barbarians”, innervati da una bella verve ludica e circense, è facile riconoscere i migliori Clientele.

Colpisce la precisione, la giustezza di testi al solito fortemente visionari, l’armoniosa coralità di tutti e sette i musicisti coinvolti oltre alla squisita fattura di un folk sposato all’elettricità in una sublime prova di artigianato musicale. I Burning Hell indovinano un’intonazione tra il confidenziale e lo smaliziato oltremodo convincente, resa spesso briosa grazie ai fiati e sufficientemente disinvolta da tenere in un miracoloso equilibrio emotività e calligrafia, riuscendo autentica e trascinante. Il ventaglio di nomi si ampia sino a comprendere in “Realists” i Decemberists e relativi emuli (tipo i tarantolati The Builders and The Butchers), in un quadro rustico con tanto di sax ubriachi (in stile Beirut), mentre l’indiavolata “Amateurs Rappers” ricorda una miriade di formazioni minori ma eclettiche dell’Americana (gli Ohtis, ad esempio) e rappresenta uno dei più brillanti esercizi di stile per il frontman (tra dialoghi sensazionali e parlantina agilissima), che più che cantare eccelle in recitativi a dir poco anguilleschi.
All’appello non possono mancare gli Okkervil River più leggeri e disimpegnati (il meraviglioso candore da diorama sixties di “Wallflowers”), quelli in fissa per il jangle-pop sbarazzino. Ovunque aleggia poi il fantasma di un impossibile Bill Callahan espressionista, destinato infine a incarnarsi (“Travel Writers”) in un numero di spiazzante, superbo mimetismo: l’aderenza al modello è totale, pesantissimi i debiti, anche se letto alla stregua di un omaggio, lo si può perdonare e apprezzare come la bella illusione che è in fondo.

Alla sesta impresa sulla lunga distanza, Mathias Kom si lascia insomma alle spalle il pur felice bozzettismo folk cui pareva voler asservire per sempre i suoi Burning Hell. Mette da parte ogni tentazione “balcanica”, assieme ai toni cupi o troppo angusti di certe pagine del passato. Taglia di netto le soluzioni più astruse del proprio repertorio per trarre forza dalla semplicità delle nuove trame. Il proposito era quello di un disco più ambizioso e nel contempo accessibile: esame superato a pieni voti.

Non c'è due senza quattro

220x270_11Pur non presentando raccolte di inediti intestate ai Burning Hell, il 2015 è per Mathias un anno intenso e ricco di soddisfazioni. Lo inaugura ad aprile la pubblicazione del primo album live della compagine canadese, Live Animals, presto seguita da quelle di due album realizzati di fatto dai soli Mathias e Ariel, sua compagna di vita, a proprio nome o in compagnia di qualche amico selezionato. La nuova ragione sociale The Fox apre i battenti con un estemporaneo disco eponimo rilasciato a stretto giro di posta. La doppia coppia che ne è artefice comprende oltre a Kom e partner anche l’amico Stanley Brinks aka André Herman Düne (già ospite di lusso in People) e la di lui dolce metà Clemence Freschard.
A dispetto del pregevole cast, la dimensione resta troppo bozzettistica, sorniona e frugale, troppo vanamente scherzosa e con pochi lampi tra scrittura ed esecuzione (la carineria di “Please Let Me Fall In Love”) per concretizzarsi in un progetto artisticamente solido e legittimare l’acquisto, con la sua coralità esasperata stile “quattro amici attorno al fuoco” (anche divertente ma del tutto oziosa, vedi “Cocktails”) e il suo impianto acustico un po’ monocorde. Con Brinks che ha il sopravvento sul piano espressivo (la cantilena sciroccata “Di Di Dilli Di Di”), il disimpegno tende al plateale e al sonnacchioso, tediando ben più del necessario. Il risultato è un divertissement per pochi intimi, di quelli che sanno intrattenere giusto chi li ha concepiti e pochi altri.

Discorso diverso merita Don’t Believe The Hyperreal, lavoro gentile e misuratissimo, cointestato a Kom e alla Sharratt, che la Headless Owl rilascia in novembre. Sono cameristiche ma ariose le nuove composizioni firmate dal piccolo e barbuto songwriter dell’Ontario, cui non occorre nulla più che l’ombreggiatura del clarinetto o una placida carezza della chitarra per sedurre, ancora con quella modulazione pulitissima del baritono nell’inseguimento ora legittimo al mostro sacro Bill Callahan (“Somebody To Duet With”). Ricordano a tratti i duetti tra Stuart e Isobel nei Belle & Sebastian degli anni d’oro (“The Love That Treats You Good”, “In The Future”), anche se la parodia guarda più in là, al morbido folk canadese dei Sixties.
Una prova trasparente quanto accattivante quindi, depurata delle consuete forzature freak-folk, dei cabarettismi e dei facili accomodamenti macchiettistici, per riscoprire il grado zero della canzone d’amore, magari con quel tocco di humour che non guasta e sa di ciliegina sulla torta. Si pensi a un primo appuntamento raccontato in equilibrio tra favolismo e autobiografia, con quel fondo di sarcasmo mai rancoroso che commuove persino. E’ “Fuck The Government, I Love You”, e in versione rallentata farà da traino anche nell’album seguente. In questo, non ruba comunque la scena a quell’altro manifesto identitario in cui l’orgoglioso Mathias canta apertis verbis “I don’t sing for reviewers or reviews, every song I sing is for you”, mentre il solito Brinks lo accompagna con l’ocarina e la Freschard affianca Ariel ai cori. Scordatevi le iperboli, suggeriscono loro, gli amorazzi da rotocalco e le mitologiche coppie del silver screen fissate nel collage di copertina (compresi i protagonisti di “Gangster Story” e “Schegge Di Follia”). Meglio quelle improbabili ma autentiche e toccanti come Maurice Sendak – autore di “Nel paese dei mostri selvaggi” – e la sua psicanalista Eugene Glynn, omaggiati dalla Sharratt nel brano di congedo.
Intimo, ispirato, imbevuto di un romanticismo mai lezioso, Don’t Believe The Hyperreal è un piccolo album delizioso che accarezza l’ascoltatore anche e soprattutto grazie all’incantevole prova di Ariel, tagliando le asprezze goliardiche tipiche della band a pieno organico.

220x270_12Formazione al completo che ritorna giusto quattro mesi dopo, lucida come non mai. La messa a fuoco del formidabile apparecchio fotografico che è lo storytelling di Mathias Kom sceglie di relegare sullo sfondo la bizzarra umanità di People, ora opaca e indistinta, per riprendere a concentrare in via esclusiva il proprio sguardo pungente sull’io e sul noi – intercambiabili a piacimento – di una rock band che da sempre collima fino in fondo con il suo vulcanico deus ex machina. Il folk-cabaret dei Burning Hell ritorna quindi con buona puntualità, per quanto nell’accezione più autobiografica e incline al vivace bozzettismo che del collettivo canadese è un po’ il marchio di fabbrica.
Se le riflessioni restano impregnate di amarezza, l’intonazione nostalgica non ha mai modo di affossarne la prospettiva caustica e il taglio ironico si conferma in Public Library, settimo Lp a referto, la miglior benedizione di cui questa band sia capace. Proseguono così le sue narrazioni nel segno di un eccentrico e verboso folk bandistico che non disdegna occasionali screziature tra blues e jazz, visto che ogni forma di contaminazione nel carniere di Kom è come sempre benvenuta. I testi sono i consueti, torrenziali, flussi di coscienza del musicista di Peterborough, più guizzante che mai nell’opener in contrasto agli ordinati contrappunti della parte strumentale. Perdersi nelle sue proverbiali sbrodolate resta un piacere, anche quando le canzoni non raggiungano l’epocale incanto dei suoi migliori lavori di ieri. La bulimia classificatoria dell’autore si limita in questo caso a un sottotitolo categorizzante a seconda del genere letterario imitato di volta in volta.

Ecco quindi la “commedia romantica” della ritornante “Fuck The Government, I Love You”, ballata tristanzuola ma tenerissima e sorta di romanzatura del primo incontro tra Ariel e Mathias durante un veglione di Capodanno, già apparsa sulla deliziosa raccolta di duetti che i due hanno pubblicato solo qualche mese prima: è a mani basse il titolo migliore del lotto e ha dentro tutta la marginale poesia di cui Kom è capace, la sua schiettezza, l’arguzia sottilissima. Nella “critica letteraria” di “Give Up” viene invece accomodato un mantra che disegna la gioiosa resa al disincanto del cantastorie, toccato dalla fine miserabile e priva di risposte del mito personale Herman Melville. La compagine dell’isola di Terranova insiste serafica con la propria colorata sarabanda, un commento sonoro che rinuncia però quasi del tutto alle asprezze e predilige un tono festoso, trionfante, che sa di beffarda contromossa per non abdicare al fatalismo nudo e crudo.
Non può mancare poi il “romanzo di formazione”, uno sbarazzino viaggio a ritroso nella ventennale liaison tra il frontman e la musica pop, sentimentale nel rievocare trascorsi che potrebbero essere tranquillamente i nostri e, nel contempo, refrattario al sentimentalismo di facciata. Ma “Men Without Hats” vale anche come inno al potere liberatorio del rock’n’roll, rifugio e fonte di ispirazione senza eguali, qui intonato alla maniera degli amici Herman Dune. E, ancora, la pagina di “cronaca criminale” di “Good Times”, il ribellismo giovanile raccontato con lo stesso candore dei primissimi Belle & Sebastian, quelli innamorati di tutto e ancora non inquinati dalla maniera. E’ da certi dettagli stilistici e umorali che traspare come “Public Library” aspiri a presentarsi più che mai come uno svagato e leggerissimo invito al carpe diem, e insieme l’affettuosa celebrazione di un passato idealizzato anche nelle sue note meno liete.

220x270_13Con “The Road” si piega verso un rock marezzato e nervoso che non rinuncia tuttavia a riservarci i suoi bonari sorrisi. Il tutto mentre viene elencata una serie di disavventure da un recente tour britannico del gruppo, emblemi della vita raminga degli artisti che sarà anche avara di fortune ma non certo di umanità o aneddoti gustosi. Anche quando le cose non girano proprio a meraviglia, il tesoretto dei Burning Hell sta tutto in quell’inesauribile calderone di riferimenti buffi e illuminanti, in quella magica arte affabulatoria che non sembra destinata a inaridirsi con l’andar degli anni, anzi. Le sorprese possono attendere l’ascoltatore dietro ogni curva o battuta lapidaria. Nel quadretto “fantasy” di “Two Kings”, ad esempio, viaggio dell’immaginazione nelle foreste dell’Ontario (in uno chalet in cui Elvis Presley e Michael Jackson vivrebbero ritirati al riparo dagli sfaceli di quel divismo che li spinse a trasformarsi in maschere grottesche) davvero amabile, confidenziale, delicatissimo, quasi depurato rispetto agli standard molto sopra le righe della combriccola nordamericana; oppure nell’intrigante minimalismo della chiusa, un soliloquio assai ponderato sull’annosa disputa tra patiti del romanzo e fanatici della nonfiction.

Potrà anche suonare paradossale ma è proprio quando Kom impone il freno alle sue discettazioni, scegliendo l’essenzialità densa di significato e un’andatura piana, svincolata dalla solita frenesia, che la sua creatura si fa preferire, per una volta. Questo almeno quanto affiora dai suoi nuovi dispacci, con buona pace delle rockstar avvilite dalla solitudine e di quelli, tra i loro potenziali ammiratori, che hanno sempre altri programmi per la serata. Per quanto riguarda noi la regola non vale: con i Burning Hell in pista ci guarderemmo dal prendere qualsivoglia impegno.

Con il contributo fondamentale di Alessandra Reale ("Happy Birthday", "Baby", "This Charmed Life", "Flux Capacitor")
The Burning Hell
Una tragicommedia folk
di Stefano Ferreri

Un songwriter brillante e “moderatamente agorafobico”, un talentuoso ukuleleista, un (ex) insegnante di Storia, un bambino nell’animo. Mathias Kom, leader della di The Burning Hell, è tutto questo e molto di più. Dal Canada, il romanzo di una delle più eccentriche e spassose icone dell'indie-rock di questi anni, un entomologo della canzone innamorato del potere ..