I JETHRO TULL A SCHIO LIFE
Gran
bel posto l’Arena Campagnola di Schio. Ottima cornice di pubblico (
4.000/4.500), difficile sapere effettivamente quanti eravamo. Venerdì 4
luglio erano di scena loro, degli autentici mostri sacri della musica
rock. Loro erano e sono i Jethro Tull di Ian Anderson. La serata è
piacevole, allietata da una leggera brezza. Ci sistemiamo sopra la
collinetta che fa da anfiteatro naturale dietro i posti a sedere.
Cerchiamo di evitare l’impatto di quel mastodontico traliccio di tubi,
che serve per contenere mixer e tutti gli altri effetti luce e video.
Dopo un breve annuncio dello speaker, che raccomanda al pubblico di non
effettuare riprese video e fotografare con i flash, si comincia. Sono le
21,35, è ancora chiaro. La formazione è quella annunciata dalle varie
recensioni di questo tour, che sancisce il quarantennale della band
anglosassone. Leader carismatico e personaggio istrionico IAN ANDERSON:
voce, flauto, chitarra acustica e armonica, il suo fedele compagno di
viaggio dal lontano ’68 MARTIN BARRE: chitarra; il batterista americano
DOANE PERRY ( con i JETHRO da 11 anni), tanto da essere uno dei membri
più longevi del gruppo, dato i molti cambiamenti di formazione nell’arco
degli anni. Completano la band DAVID GOODIER al basso e JOHN O’HARA:
tastiere e fisarmonica. Le prime note ci portano al blues rock di MY
SUNDAY FEELING, una canzone del 1968 tratta dal primo album THIS WAS.
Applausi scroscianti, breve presentazione e via con LIVING IN THE PAST
in una versione lunga e articolata, dove si intravedono i primi numeri
del grande IAN al flauto. Si sente veramente bene con un volume
straordinariamente giusto. Si prosegue con la strumentale SERENADE A
CUCKOO sempre da THIS WAS. NURSIE è il quarto pezzo. Fila tutto liscio a
puntino. L’amalgama della band è perfetta, la voce del vecchio IAN tiene
nonostante il tempo che passa inesorabile. Ottimo O’HARA alla
fisarmonica. Nel maxischermo dietro la band appaiono innumerevoli foto
del gruppo scattate in questi quarant’anni di carriera artistica. E’ ora
di SONG FOR JEFFREY ( ANDERSON la compose allora per l’amico, nonché
secondo bassista del gruppo JEFFREY HAMMOND-HAMMOND) e puntualmente
scatta la dedica. Altro pezzo di matrice blues, quella ROCKS ON THE ROAD
tratta dall’album del ’91 CATFISH RISING. Sarà l’unica concessione che
ANDERSON farà per un pezzo abbastanza recente. Bellissima la versione
allungata folk prog di A NEW DAY YESTERDAY, altro pezzo da THIS WAS. Con
OLD TO DIE THE ROCK’ROLL TOO YOUNG TO DIE dall’album omonimo, facciamo
un’incursione nel ’76. In successione BOUREE in versione allungata con
l’ottima performance di BARRE alla chitarra, e qui il pubblico
s’infiamma. A questo punto, ANDERSON annuncia la sosta di venti minuti
non prima di aver invitato il pubblico presente a visitare lo stand del
merchandising. La poco nota NOTHING IS EASY da STAND UP, conclude la
prima parte. Sono passati 55 minuti e si fanno i primi bilanci. Si
discute mentre le magliette di vario tipo vanno a ruba. Alle 22,45 in
punto si ricomincia. Dopo ONE BROWNE MOUSE e una riarrangiata WE WILL TO
KNOW, il concerto riprende quota. DHARMA FOR ONE in versione allungata
come su LIVING IN THE PAST, con tanto di assolo di batteria, si
alterna più avanti con i virtuosismi di BARRE alla chitarra. Questo
primo assaggio ci fa capire quello che succederà di lì a poco. HEAVY
HORSES la title track dell’album del ’78 ci porta nel magico folk prog
classico dei TULL. Applausi a scena aperta e le solite mosse di ANDERSON
ci portano al clou della serata. Il vecchio IAN imbraccia l’acustica e
annuncia il periodo prog. La gente capisce e si sente un’ovazione.
L’arpeggio parte, lo schermo dietro raffigura la copertina dell’album.
THICK AS A BRICK: viene eseguita per intero tutta la prima facciata. La
gente è eccitata, non aspettava altro. Partono i battimani e qualcuno
dalle sedie davanti comincia ad alzarsi. ANDERSON va avanti indietro per
il palco col suo flauto, BARRE non gli è da meno. E’ una serata
fantastica. THICK finisce il pubblico si sta ancora spellando le mani e
parte AQUALUNG. I più giovani, e vi garantisco che ce ne sono parecchi (
il rock non morirà mai! ), alzano le mani in un battito ritmato. BARRE
cambia l’assolo di metà canzone, lo fa praticamente sempre. Il finale
col canto e la chitarra acustica di ANDERSON ci portano alla fine del
concerto. Ovazione finale ( in realtà abbiamo tutti esperienza per
sapere che non è ancora finita). Infatti, bastano un po’ di “ fuori
fuori”, per far rientrare i cinque. A questo punto manca qualcosa.
Quella LOCOMOTIVE BREATH, che puntualmente la band esegue. ANDERSON
ammicca il folto pubblico che risponde. Ma purtroppo è finita per
davvero. Sono le 23.50, abbiamo visto l’ennesimo grande concerto e
abbiamo avuto la riprova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che siamo
stati fortunati noi di questa epoca. Abbiamo vissuto intensamente
l’epopea di questi grandi gruppi, che sono ormai una leggenda vivente.
Non c’è che da augurarsi che si ritirino il più tardi possibile. Ciao a
tutti e alla prossima. |
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Marco Pessina |
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