|
Pratteln, il Z7 e i Kansas
"Si può fare, è un fine settimana”, così ci siamo detti partendo sabato 14 per la Svizzera. Tempo inclemente per tutto il viaggio e un incidente che ci ha costretto a fare il Passo del S. Gottardo, questo è stato il nostro viaggio di andata. Nel primo pomeriggio siamo arrivati a Pratteln, piccola cittadina a 6 km da Basilea. Siamo nel centro dell’europa, sinistra Reno, di la c’è la Germania e 60 km più in su c’è il cantone francese. Dopo le formalità e lo scarico valigie in albergo, andiamo subito a vedere il mitico Z7. E’ in una viuzza poco distante dall’albergo nella zona commerciale della cittadina. A vederlo da fuori non sembra un granchè, di fatto è un vecchio capannone dismesso. Ci sono già i camion che stanno scaricando le grosse casse degli strumenti. Qualcuno con le magliette dei vari concerti girovaga lì intorno, andiamo a fare un giro. Alle 19 torniamo e andiamo verso la biglietteria, al posto del
biglietto ci fanno un timbro sul polso. Come sono lontani i tempi di quei bei biglietti da collezione. C’è già un discreto numero di persone e di macchine con targa tedesca e francese e, con nostra sorpresa, qualcuna targata Milano e Bologna. No, decisamente non siamo gli unici italiani presenti. Mettiamo qualcosa sotto i denti ed entriamo. A metà locale campeggia
il mixer, con nostra sorpresa, ci accorgiamo che il pavimento è in cemento. Probabilmente è rimasto tale e quale. A sinistra c’è un bancone bar (ottime le birre), a destra e a sinistra
ci sono due piccoli soppalchi con quattro cinque tavolini già tutti occupati. In fondo a destra c’è un altro banco bar. In fondo alla sala c’è il palco, andiamo a dare un’occhiata. In fianco in alto c’è uno schermo che da tutta la programmazione del Z7 fino a fine anno. Dai nomi che escono via via, ti dispiace non essere del posto soltanto per le proposte che ci sono. Un vero tempio della musica rock. C’è gente di tutte le età. Ci mettiamo a una decina di metri dal palco, pian piano si riempie e
capisci perché vengono organizzati concerti di un certo lignaggio. Alle 20,30 in punto (qua si comincia presto), salgono i PRISMA. Una band di giovani svizzeri. Sono in quattro: chitarra, batteria,
basso e il frontman. Non sono affatto male, il loro suono è un accattivante metal con venature psichedeliche (assomigliano vagamente ai PORCUPINE TREE di STEVE WILSON). Tre quarti d’ora e il loro concerto è finito. Mentre i tecnici smontano gli strumenti del gruppo svizzero ci viene incontro un vecchio amico nostro e del GIARDINO. E’ GIGI CAVALLI COCCHI dei MANGALA VALLIS. Visto che siamo in Svizzera ci viene spontaneo abbracciarci. GIGI ci dice che siamo mitici e forse un po’ lo siamo. Ma non c’è molto tempo per parlare, le luci si spengono ed entrano
loro: i mitici KANSAS. Questa band americana, purtroppo poco conosciuta in Italia. Perché sia sempre stata snobbata nel nostro paese dai vari addetti ai lavori, risulta ancora oggi un mistero. I KANSAS, assieme ai RUSH e agli STYX, sono da considerare delle pietre miliari del POMP-ROCK PROGRESSIVE del firmamento
Nordamericano. Sono attivi dal ’73, anno della pubblicazione dell’abum omonimo. La formazione attuale presenta ancora tre membri fondatori. STEVE WALSH (tastiere e voce), PHIL EHART (batteria) e RICH WILLIAMS (chitarre). Gli accompagnano: BILL GREER (basso e voce) con loro dalla metà degli anni ottanta e DAVID RAGSDALE (violino, chitarra e voce). Le luci si abbassano e si parte. Si sente magnificamente: PARADOX e POINT OF KNOW RETURN sparati a
mille. Il loro sound è incredibile, sono cinque musicisti fantastici. RAGSDALE, merita un voto in più (cosa non fa con quel violino!). Bellissima versione di MUSICATTO (pezzo strumentale che figura in
POWER, album del 1986), pezzo suonato pochissimo dal vivo. I maestosi arrangiamenti di ICARUS II e ICARUS I ci introducono nel prog sinfonico. Si prosegue con la splendida SONG FROM AMERICA e si va avanti con gli ultimi quattro pezzi di TWO FOR THE SHOW (stupendo album dal
vivo del 1978, che tutti dovrebbero avere a mio modesto parere). MYSTERIES AND MAYEHM, LAMPLIGHT SYMPHONY, THE WALL e MAGNUM OPUS
infatti vengono eseguite nell’ordine. DUST IN THE WIND, famosissima ballata che viene eseguita in versione
acustica, da l’opportunità a WALSH di uscire dalle tastiere per cantarla microfono in mano. La voce di WALSH regge bene, EHART dal canto suo ci delizia con una serie di passaggi di batteria efficaci. La struggente e lunghissima JOURNEY OF MARIABRONN e PORTRAIT scaldano il pubblico che batte le mani incessantemente. L’improvvisazione finale da il giusto tributo individuale ai nostri. Escono per pochissimo e fanno subito rientro acclamatissimi. FIGHT OF FIRE, pezzo pop ritmato degli anni’ 80 e la stupenda e
forse più conosciuta CARRY ON WAYWARD SON concludono di fatto il concerto. Sono le 23,30 e non ce ne siamo quasi accorti. Abbiamo visto un gran concerto, uno di quelli che in Italia non si vedono cari amici del GIARDINO. Ritorniamo in albergo consapevoli che quello che abbiamo visto e
sentito, ci resterà scolpito per lungo tempo. IL Z7 è un luogo davvero magico.
|